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Carmen Andriani,

Architetto – Scuola Politecnica - Università degli Studi di Genova Dall’introduzione al libro I luoghi dell’arte

In taluni casi la ricerca fotografica va alle radici del progetto, ne scruta alcune regole compositive o geometriche, le rende palesi nella costruzione della inquadratura E’ il caso di alcune riprese fotografiche documentate in questo libro. Prendiamo ad esempio il Museo dell’Ara Pacis a Roma di Richard Meier con cui si apre questa rassegna. Sappiamo del ruolo che la geometria ha nel processo compositivo dell’architetto newyorchese. La concezione euclidea racchiude una visione statica del mondo, fatto di singole individualità assertive ed autoevidenti. In Meier la geometria è prima di tutto un principio organizzatore che affida al numero come simbolo, come ordine e come misura il compito di cristallizzare la sua forma . Le inquadrature di Jemolo trascrivono questo ordito spaziale, rendono tangibile il rimando numerico fra le parti e l’invisibile intelaiatura geometrica che tiene insieme la sequenza esatta degli spazi. Ma al tempo stesso sovrappongono un proprio ordine compositivo, anche questo di stampo classico e geometrico, individuabile negli assi di simmetria, nelle misure specchiate, negli stacchi preordinati, nelle vedute frontali, infine nelle sequenze dei livelli successivi tenuti tutti a fuoco. E’ su questo piano che si gioca la differenza interpretativa fra il fotografo e l’architetto. Anzitutto nella frammentazione che la inquadratura comporta, in secondo luogo nel principio di inclusione che essa attua. Se l’ordito geometrico di Meier è un principio compositivo che esclude il contesto romano, nelle trascrizioni di Jemolo questo diviene parte integrante , soggetto esso stesso ed elemento necessario all’intera comprensione dell’opera, messo a fuoco come tutto il resto, ad indicare che non ci sono gerarchie di specie. In some cases photographic research cuts to the roots of a project. It scrutinises the rules of its composition or geometries, exposing them for all to see in the construction of the framed image. This is evident in some of the photographs documented in this book. We can look, for example, at the images of the Ara Pacis Museum in Rome, designed by Richard Meier, that marks the beginning of this review. We are familiar with the role of geometry in the compositional process of this New York architect. The Euclidean concept that envelops the static vision of the world, comprised of single, assertive and self-evident individualities. In Meier’s work geometry is first and foremost an organising principle that entrusts to the number, as symbol, order and measure, with the role of crystallising its form. The images framed by Jemolo transcribe this spatial order. They render tangible the numerical reference between the parts and the invisible geometric frame that holds together the exact sequence of spaces. Yet at the same time they overlap their own compositional order, also classic and geometric in its origins. It is identifiable in the axes of symmetry, the mirroring of dimensions, in pre-ordered separations, frontal views and, finally, in the sequence of successive levels brought into focus. This is the plane where we find the difference in the interpretation of the photographer and that of the architect. It is above all the fragmentation that the framing of an image comports, and secondly in the principle of exclusion that it brings about. If Meier’s geometric order is a principle of composition that excludes the Roman context, in the transcription operated by Jemolo it becomes an integral part. It becomes both the subject and element necessary to comprehend the entire building, brought into focus like the rest, indicating the absence of any hierarchies.

Pippo Ciorra

Architetto - senior curator MAXXI Architettura
Dall’introduzione al libro I luoghi dell’arte

Come nel caso di Villa Malaparte, anche i progetti più “storici” ci aiutano molto a comprendere il modo di lavorare e gli intenti di Andrea Jemolo. Le foto del Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera ci guidano infatti sulla strada della ricerca di una assoluta Sachlichkeit fotografica. Forse all’opposto di quella fotografia liquida di cui parla Jeff Wall, questo lavoro sembra la ricerca paziente dell’oggettività assoluta. Come se ogni edificio avesse (e forse ce l’ha) un unico punto di vista perfetto e il lavoro di Andrea consista nell’avvicinarsi progressivamente e alla fine catturare quella visione. In molti casi questo percorso è molto evidente: i “ritratti” frontali della chiesa di Meier e dell’auditorium di Renzo Piano, le viste dal basso delle due biblioteche romane di Navarro Baldeweg (l’Hertziana) e di King e Roselli (Pontificia Università Lateranense), la sequenza “girata” nelle viscere del cantiere del MAXXI per poi esaltarsi nel volo delle rampe, l’uovo arancione del MACRO di Odile Decq sono gli esempi più lampanti di questa strategia, che produce infine le immagini essenziali alla comprensione di un progetto. Nel nostro mondo assistiamo spesso al movimento lento e centrifugo che accompagna il lavoro dei fotografi di architettura. Spesso architetti essi stessi, considerano la fotografia come il mezzo che consente loro di allontanarsi dolcemente dal territorio del progetto per avvicinarsi a quello dell’arte. L’immagine diventa sempre più soggettiva, la tecnica sempre più duttile, l’autonomia espressiva sempre più marcata, fino a che l’autore si sente forte abbastanza da staccarsi dall’architettura e muoversi liberamente nel territorio dell’espressione artistica. Jemolo cerca la sua autonomia nella direzione opposta, nel solco di una fedeltà quasi calvinista al progetto, verso una rappresentazione talmente esatta da diventare astratta. In questo è forse l’unico propenso a ibridare la tradizione italiana, incline a una visione soggettiva, con quella purista della fotografia d’architettura statunitense, e con i maestri che abbiamo citato più sopra. As in the case of Villa Malaparte, even the most "historical" projects help to understand the intentions and way Andrea Jemolo works. The photos of the Palazzo dei Congressi by Adalberto Libera in fact lead us on the path to search for the absolute Sachlichkeit photography. Perhaps the opposite of that liquid photograph Jeff Wall talk about, this work seems to patiently search for absolute objectivity. As if every building had (and maybe they do) a perfectly unique point of view and the work of Andrea consists in advancing gradually and eventually capturing that vision. In many cases, this path is very clear: frontal "portraits" of Meier’s church and Renzo Piano’s auditorium, the views from the bottom of the two Roman Libraries, Navarro Baldeweg (the Hertzian) and King Roselli (Pontifical University Lateran), the sequence " filmed " in the interiors of the building site of the MAXXI that then become more excited in the flight of the ramps in the completed building, the orange egg at the hearth of Odile Decq’s MACRO are the most obvious examples of this strategy, which finally produces images essential to the understanding of the project. In our world we often observe the slow motion and deviations that accompany the work of an architectural photographer. Often architects themselves, the authors consider photography as the medium that allows them to gently move away from the area of the project and get closer to that of art. The picture becomes more and more subjective, technique increasingly flexible, expressive autonomy increasingly noticeable, until the author feels enough to break away from architecture and move freely within the territory of artistic expression. Jemolo finds his freedom in the opposite direction, in the wake of an almost Calvinist loyalty to the project, to an exact representation so as to become abstract. This is perhaps the only one on this side of the Atlantic inclined to incorporate the Italian tradition, prone to a subjective view, with the purist architectural photography in the U.S., and along with him, the masters we have mentioned above.

Federica Pirani

Direttore del Macro, di Palazzo Braschi e della Galleria Comunale d’Arte Moderna Presentazione della mostra Roma - La nuova architettura, a cura di G.Ciucci, F.Ghio, P.O .Rossi

Pur se le premesse e le modalità esecutive sembrano suggerire, quindi, una finalità precipuamente documentaria, accostandosi al lavoro ed osservando in successione le immagini ciò che emerge è il rapporto tra la realtà percepita, la materialità del dato sensibile e le diverse possibilità di conoscenza, quasi che la fotografia sia in grado di offrire una lettura più meditata e comunicativa rispetto all’”osservazione distratta” dello sguardo diretto di cui parlava Benjamin. In realtà non sembra possibile tracciare nessuna netta separazione tra fotografia come documentazione e fotografia come espressione, ma piuttosto analizzare i diversi modi in cui l’occhio del fotografo indaga lo spazio costruito e ne restituisce un’immagine aperta a nuovi significati, con un procedimento analogo a quello del traduttore che ricrea in una lingua diversa l’opera d’arte a cui sta lavorando. Se è vero che ogni bravo “traduttore” è un po’ “traditore” anche il fotografo è prima di tutto un interprete ed agisce in piena autonomia creativa. Il lavoro di Jemolo, pur attraverso un’interpretazione assolutamente soggettiva, mira a ritrarre l’architettura contemporanea cogliendone, da una parte, gli elementi, astratti, geometrizzanti, di pura astrazione formale, dall’altro ne evidenzia gli aspetti strutturali, interpretando e traducendo i motivi stilistici essenziali dell’opera. Le immagini diventano eloquenti attraverso un commento critico puramente visivo, quasi che il fotografo, dopo una profonda assimilazione del percorso intellettuale dell’architetto, riuscisse a proporre la propria personale interpretazione. Probabilmente la consuetudine con la fotografia d’arte e con l’architettura barocca, così lungamente frequentate, ha consentito a Jemolo di guardare all’edificio “con l’occhio dell’autore” – come è stato detto – mettendone in luce gli aspetti più significativi o rischiarando quelli maggiormente nascosti. Una visione consapevole, pensata e meditata con cura permea il lavoro del fotografo: nella scelta di una particolare luce per evidenziare le strutture portanti, lo scheletro di un edifico, nella tersa atmosfera di una fredda giornata per rendere plasticamente gli effetti materici delle superfici, nelle pittoriche luminosità notturne per aggiungere suggestione ai fenomeni visivi e alle vibrazioni cromatiche. Tra le diverse opere architettoniche contemporanee, alcune sono documentate nelle fase generalmente trascurata del work in progress , del cantiere, del non finito. Il segno della qualità accompagna la visione dei nuovi spazi espositivi dall’Ara Pacis di Richard Meier, del MACRO, il museo dell’arte contemporanea di Roma di Odile Decq, del MAXXI di Zaha Hadid, così come i lavori di ristrutturazione e riallestimento dei grandi Musei della Capitale: la sistemazione del complesso monumentale dei Mercati di Traiano, i Musei Capitolini con l’esedra di Marco Aurelio, il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, i Musei Capitolini alla Centrale Montemartini, i recenti lavori del Palazzo delle Esposizioni. Oltre ai luoghi deputati alla creazione e alla cultura, - dall’Auditorium-Parco della Musica di Renzo Piano, al Teatro India ricavato dall’architettura industriale del’ ex complesso della Mira Lanza alla nuova Università di Tor Vergata - molti altri sono i segni del nuovo sviluppo urbanistico della città che partendo dal centro storico si allarga alla sistemazione di alcune aree periferiche e alla progettazione di nodi strategici per il trasporto pubblico, come la Stazione Tiburtina. .